Alfredo Felici

 

(extract)…Nella seconda esperienza di sindaco (1909-1910) Felici prova senza fortuna a risolvere il problema dell’illuminazione pubblica a gas, costosa e inefficiente nella gestione della società bavarese Augsburg. Un flop del sindaco, che si ripeterà nella sua terza esperienza amministrativa, datata 1911-1912. Non solo non riesce a liberarsi dei bavaresi ma addirittura firma a Bologna una convenzione che revoca la disdetta intimata nel 1908 e accetta la proroga della concessione fino al 1936. Il nuovo contratto scontenta tutti: utenti, impresa e dipendenti, l’opposizione consiliare.

La longa manus delle consorterie liberali torna nelle elezioni del 1915 e riappare con un capolavoro di intese sottobanco l’immarcescibile Alfredo Felici. L’avvocato-giornalista era finito al ventiduesimo posto della lista liberale ma il gioco delle lobbies lo ripropone alla sua quarta esperienza di sindaco. Stavolta ha vita lunga ma è dura, sono gli anni della guerra, le famiglie liberali hanno altri problemi e smettono di darsi la caccia. Le attività cittadine segnano il passo e il riformista senza riforme Alfredo Felici naviga a vista in attesa di tempi migliori. I repubblicani lo attaccano, come pure i socialisti, ma l’attenzione è al fronte e l’avvocato resiste.

Del resto il sindaco non si faceva illusioni sulla possibilità di interventi risolutori nel generale clima delle amministrazioni locali in età giolittiana.  “Il lottare per le difficoltà”, scrive nel settembre 1911 su L’Ordine, “può sedurre gli spiriti forti ove sorrida la speranza della vittoria; ma il lottare con la sicurezza del soccombere non seduce, né può sedurre, quando si tratta non del proprio sacrificio, ma della sorte di intere popolazioni ”. Alfredo Felici è giù di corda. Alle difficoltà amministrative si somma il dolore per la morte della giovane sorella Ruth, che lascia il marito (l’ufficiale dell’82esimo battaglione di Fanteria, capitano Ramazzini) e una bambina di cinque anni.

 

L’amministrazione Felici cade nel 1919 e dopo la significativa parentesi di Fiume, rivedremo Felici nel 1921, dritto nel listone del Blocco nazionale. Va alla competizione contro candidati robusti ed è surclassato nella tesissima consultazione elettorale che vede il Ppi primo partito della regione.

Il sindaco Felici non aveva esagerato nelle uscite pre-elettorali. Ha fama di uomo pragmatico, che va al sodo e capisce quando la lotta è impari. La sua eloquenza non è mai ridondante. Già alla fine dell’ottocento ce l’aveva coi parolai e i conferenzieri, e se l’era presa soprattutto col collega Arturo Vecchini augurandosi la fine del clima favorevole a conferenze “che non insegnano, non fanno ridere e solo uccidono l’innocente uditorio”.

 

Il rapporto col fascismo è improntato al criterio di massima concretezza. Felici vede nel costruendo regime un argine alla deriva “sindacal-rivoluzionaria”. La disistima che nutre per i socialisti, coi quali aveva tentato un approccio morbido nelle giunte anconetane, esplode dopo la marcia su Roma. Nel giugno 1923 manda al Giornale di Roma un attacco ai “socialisti che non prevarranno”. Lo stesso articolo compare su L’Ordine-Corriere delle Marche. Felici scrive che i disfattisti sono sempre gli stessi, “per questo venne Caporetto” e dopo Caporetto “son diventati socialisti”.

 

L’avvocato è sulla linea dei liberali di destra che guardano al fascismo come forza normalizzatrice, ma lui come gli altri aspetteranno invano che le violenze lascino il posto alla pacificazione e al rispetto dello Statuto Albertino.

Dopo le leggi fascistissime del gennaio 1925, il Felici politico esula dalla piazza anconetana. Roma è il suo vero polo di attrazione, soprattutto professionale. Quattro anni più tardi è cancellato dall’Ordine degli Avvocati di Ancona, per il trasferimento nella capitale (1929). L’avvocato cade nel dimenticatoio e il giornale di Ancona neanche ne elogia la nomina a senatore del Regno (avvenuta il 24 febbraio 1934). Felici giura il 3 maggio dello stesso anno. Nessuno ricorda il sindaco e il consigliere provinciale, né la lunga serie di onoreficienze: Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia (11 agosto 1906) poi Grande Ufficiale dello stesso Ordine (25 gennaio 1917) è Cavaliere dell’Ordine dei S.S. Maurizio e Lazzaro (1° gennaio 1905), Commendatore (1911) e Grande Ufficiale dello stesso Ordine (1926), membro della Commissione per l’esame dei disegni di legge per la conversione dei decreti-legge (1935). Membro della Commissione Finanze (23 gennaio 1940 - 5 agosto 1943).

La sua carriera è all’ombra di una politica che lo soddisfa ma che non ama come ai tempi liberal di Ancona. Durante la seconda guerra mondiale, col regime morente, si distingue in Parlamento per alcune iniziative che irritano Mussolini. Nella vicenda degli scioperi tra il febbraio e l’aprile 1943, minimizzati dal duce nel famoso discorso del <bagnasciuga> Felici chiede provocatorio “che carattere abbiano avuto e se il governo ne era uscito vittorioso”. Mussolini indica come “prevalentemente” economico il carattere delle agitazioni, escludendone quindi il carattere politico. Dirà in Senato il 5 maggio 1943: “Ogni tentativo di trasmutarle in politiche fallì nella maniera più ridicola e pietosa”. Dunque bolla come inopportuna “la solennità” con cui gli scioperi erano stati ricordati nell’aula alta dai senatori Alfredo Felici e Umberto Ricci, nell’atto di chiedere notizia al governo. (segue)

 

Paolo Boldrini, “Alfredo Felici”, in Dizionario degli Avvocati di Ancona, a cura di Giuseppe Sbano, Il Lavoro editoriale, Ancona, 2009