Dalle Marche verso l'Istria

 

Nel 150° della nascita del poeta-soldato viene facile ricordare il D’Annunzio leader naturale della destra marchigiana. Nell’immaginario collettivo della regione è l’uomo che incarna il clima nuovo. Più che l’Abruzzo natio pare Ancona il luogo della sua ribalta.

Per gli anconetani sarebbe stato meglio che a marciare su Roma fosse stato lui e non Mussolini.

Tutto converge sulla vicenda di Fiume. L’espansione in Adriatico è una fissa della destra anconetana. Il Vate trama a lungo lo sbarco dall’Istria su Roma via Ancona con i suoi amici marchigiani, i giornalisti Serafino Mazzolini e Rodolfo Gabani, ispirati dal comandante Luigi Rizzo, quello di Premuda e del Mas partito da Ancona ad affondare la corazzata austriaca Tegethoff. Non è una novità: in un intervento sul quotidiano delle Marche, datato 9 settembre 1915, D’Annunzio aveva anticipato il tema ch’egli avrebbe trovato congruo nel primo dopoguerra: l’Adriatico mare interno, tutto italiano. Nella crisi durissima del 1919-1920, nei tumulti che sembrano favorire la sinistra italiana in una prospettiva di radicale cambiamento, D’Annunzio e i patiti marchigiani della questione adriatica trovano uno spazio importante.

Il passaggio delle Marche a destra ha qui la sua origine, più che nell’approccio romantico alla mistica dell’uomo nuovo fascista. Nell’avventura fiumana il poeta aggrega volontari desiderosi di menare le mani, politici, studenti, imprenditori, fascisti o meno, e persino molti, troppi, tra i disertori del regio esercito (nella regione una ventina di ufficiali e almeno 250 militari di truppa). Al punto che il deputato socialista Ramella chiede in Parlamento se “i comandanti che costituiscono il regno di D’Annunzio pesano ancora sul bilancio dello stato”.

Quando a Fiume arriva la notizia che i Bersaglieri della caserma Villarey si sono ammutinati e rifiutano di partire per l’Albania, il Vate furente scrive ai militi di Ancona: “No compagni, non può essere vero”. La prosa è durissima: “Si dice che voi vi siate lasciati ingannare e forviare dai disertori di Caporetto e dalle scimmie dei disertori di Caporetto. Si dice che voi, Bersaglieri dalle piume riarse al fuoco delle più belle battaglie vi rifiutate di rientrare nella battaglia, mentre l’onore d’Italia è calpestato da un branco di straccioni sobillati e prezzolati”. È il 26 giugno 1920, venti giorni prima D’Annunzio aveva orchestrato la sceneggiata del finto funerale del presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti con l’epitaffio che recitava: “Qui giacciono le odiate spoglie di Sua indecenza F.S. Nitti”. Il governo è appena caduto, i toni sono aspri, il paese è sull’orlo del baratro. La violenza verbale investe la Corona. Titola Il Popolo d’Italia: “Il governo della monarchia schernisce la passione di Fiume”. Fondo di Mussolini: “Governo vile”. Il futuro duce studia le mosse di D’Annunzio. Ruba con gli occhi. Rispetto all’eversore abruzzese avrà una maggiore capacità di persuasione delle masse. Scrive in un appunto: “Il colpo di stato dev’essere in chiara relazione di causa effetto con una soluzione iniqua della questione adriatica”.

D’Annunzio invece ama di più la scenografia e conta molto sui marchigiani, persino quando sembra guardare a sinistra per proclamare la sua repubblica: il 28 marzo 1920 doveva essere il gran giorno di Fiume con pronunciamento simultaneo ad Ancona, in Venezia Giulia e in Croazia con il colonnello Duic che avrebbe esteso la sollevazione al Montenegro. Un fuoco sul mare nostro, scintilla della fantasia dannunziana, quella sì inesauribile.

(12 marzo 2013)

 

Paolo Boldrini, Quaranta storie nel Corriere Adriatico, p.57, (estratto) Roma 2015