La lunga strada della Fondazione Aristide Merloni: dagli anni ’60 ai nostri giorni

estratto

 

La lunga strada della Fondazione Aristide Merloni: dagli anni ’60 ai nostri giorni

 1 - Una sfida vinta

Il percorso culturale, economico e politico della Fondazione Aristide Merloni ha accompagnato lo sviluppo del territorio della provincia di Ancona (1).

Una crescita fortemente voluta dall’imprenditore leader, il fabrianese di Albacina Aristide Merloni. Un outsider puro, animal spirit di una valle dimenticata dell’Appennino umbro-marchigiano, sulla difficile strada per Roma. Parallelo al suo successo imprenditoriale, Merloni ha voluto uno strumento che ne replicasse l’esordio pionieristico. All’inizio non aveva alcuna ambizione culturale -seppure fosse parso evidente da subito che l’obiettivo pratico era quello di veicolare una forte cultura d’impresa- ma si proponeva di finanziare l’espansione di iniziative imprenditoriali anche lontane dal core business dell’elettrodomestico.

La scansione periodica dei quarant’anni serve a spiegare l’incidenza dell’Istituto nella vita economica marchigiana lungo la sfida che va dai primi ’60 del Novecento alla crisi mondiale dell’avvio del nuovo secolo, culminato con l’imperioso incedere delle economie orientali e fortemente periodizzato dall’attentato alle Twin towers, le torri gemelle di New York. La nuova complessità nulla toglie al ruolo che la Fondazione Merloni ha avuto negli anni successivi e quello che avrà negli anni futuri. Certo è che la dinamica dello sviluppo è profondamente mutata in un quadro di fortissima competizione. La miscela di capitale e lavoro, il quadro dimensionale delle imprese, i mercati di sbocco, tutto è rapidamente cambiato. Lo scenario competitivo si fa ogni giorno più duro.

La forza per esserci ancora e incidere nel mercato mondiale passa anche attraverso l’eredità imprenditoriale, ma anche politica e culturale, che ha segnato una grande avventura industriale.

L’avvio della Fondazione Merloni è legato alla stagione del cosiddetto “miracolo economico”.

Siamo nei primi anni ’60. Lo scenario che Aristide Merloni vede mutare in rapida successione è in forte contrasto con la difficile realtà locale. L’entroterra della regione si caratterizza, nel suo complesso, per un ritardo economico sia rispetto al dato nazionale sia a quello fabrianese, dove l’impatto dell’iniziativa di Merloni non ha comunque impedito il saldo negativo della popolazione (il censimento del 1961 certifica una percentuale di residenti -nell’area montana fabrianese- inferiore di oltre il 14% rispetto al 1951). La situazione nazionale è in forte movimento: nel 1960 il reddito cresce di oltre 8 punti e la produzione del 15%, doppiando il risultato del 1951. Nelle Marche la popolazione continua a calare (-1,3%, mentre in Italia cresce del 6,5%). Di nove punti percentuali cresce la produzione industriale con un incremento sensibile del numero di addetti (40,4%, contro il 32,1 del 1951). Si espande il terziario (oltre il 30%, con una saldo attivo di quasi cinque punti in dieci anni). Gli addetti all’agricoltura crollano dal 42,2 al 29%. Il cosiddetto “miracolo economico” sta per giungere al suo culmine: sarà ancora in forte aumento il reddito nazionale nel 1962 (+8,3%) e nel ’63 (+6,3%), seppure le acute tensioni inflazionistiche e il disavanzo della bilancia commerciale creino problemi alla competitività del sistema-paese. Prosegue l’esodo verso le grandi aree urbane, fenomeno al quale non sono estranee le Marche, terra storica di migrazioni.

E’ il tempo di mutazioni profonde della società italiana. Se l’esordio delle masse nella vita politica è cosa che appartiene all’Italia del primo dopoguerra e degli anni venti, altrettanto si può dire nel datare il vero esordio economico agli anni sessanta. Il clima nuovo è anche indotto dalla crescita sociale e politica, dalla miscela creativa di sviluppo insieme economico e civile. Come se alla struttura economica della società rispondesse una psicologia sociale mutata. Sono gli anni di un sostanziale allargamento della base democratica con l’apertura al centro sinistra ed il varo di riforme strutturali importanti nel cammino di modernizzazione del Paese (riforma della scuola e della pubblica amministrazione, la nazionalizzazione dell’energia elettrica che mise fine al localismo energetico, la programmazione economica e la riforma urbanistica). La legge di attuazione delle regioni soprattutto sarà elemento di ampi contrasti tra le forze in campo. E comporterà una novità importante nell’attività di promozione che Aristide Merloni aveva pensato per la sua Fondazione.

Il clima nuovo è una miscela di nuova economia sociale e di democrazia economica così come lungamente pensate dal leader democristiano Alcide De Gasperi, il fermento ideale delle encicliche Mater et Magistra e Pacem in terris di Papa Roncalli, i risultati dell’azione di Enrico Mattei, conterraneo di Aristide, che di quel clima fu uno dei più potenti sponsor (Mattei era morto nell’ottobre dell’anno precedente, vittima di un misterioso incidente aereo). L’obiettivo era quello di allargare la base democratica del paese, con un rapporto di tipo nuovo in termini di pace sociale tra governo, imprenditori e sindacati. Cercando magari, laddove possibile, una condivisione politica e programmatica dell’idea di sviluppo. (segue)…

 

Paolo Boldrini, La lunga strada della Fondazione Aristide Merloni: dagli anni ’60 ai nostri giorni, in Economia Marche – Review of regional study, anno XXIX, n. 2, Dicembre 2010