Estratto:  La Patria disattesa

 

L’eredità contesa.  Nel ritrovato sentimento di unità nazionale, emerso nelle celebrazioni per i centocinquant’anni, sembra esserci una gara a chi è più patriota. A parte l’eccezione leghista, tutti sbandierano il tricolore. Ma l’eredità politica e culturale del senso di patria ha ondeggiato a lungo tra i vari schieramenti, interagendo in modi diversi con l’idea di nazione. Il sentirsi patria nell’Italia post-unitaria era tendere alla sintesi tra nazione e libertà. L’idea nazionale è la molla del Risorgimento italiano e l’Italia monarchica è diretta discendente del patriottismo risorgimentale. Le fasi anche critiche del percorso liberale nello Statuto albertino non derogano mai dai principi della carta costituzionale e le forzature che pure si ebbero – per esempio a cavallo del secolo – non misero mai in discussione l’assetto fondamentale dello stato unitario. Fra le molte slealtà istituzionali, nessuna arriverà a deviare dalla via maestra della sintesi nazione-libertà. Per arrivare alla alterazione dello Statuto ci vorranno gli architetti dello stato nuovo fascista, primo fra tutti Alfredo Rocco. E ci vorranno i tumulti di un’ora storica irripetibile, quando esce dalla guerra un’Italia che non trova la sua strada. Poi verrà il Giolitti anti-ideologico, il pragmatico piemontese che aggiunge il “progresso” al binomio libertà-nazione. È un liberale che non può ignorare l’ascesa dell’Italia popolare e socialista (in verità più questa che quella) e cerca di cooptare chi è in grado di assumere responsabilità di governo, nel tentativo di gestire una transizione drammatica. L’Italia uscita dalla guerra è un’Italia nuova. La nazione che si forma al fronte si perde in pochi anni. Da un punto di vista culturale l’attacco più forte al binomio nazione-libertà arriva, con l’avventura fascista, dalla destra più radicale, quella dei Farinacci e del marchigiano Francesco Ciarlantini, ma anche dai futuristi e, per certi aspetti, persino con l’antigiolittismo de “La Voce”. I giuristi dello stato nuovo fascista arrivano dopo che la piena culturale ha inondato l’idea di patria. Non il contrario. Dopo il delitto Matteotti, non c’è la reazione sperata perché l’idea di patria è già stata appaltata alle tecnocrazie dello stato totalitario. L’Italia di centro aveva cento voci, nessuna in grado di imporsi. Quella di sinistra non c’era più. Eppure, un modello “radicale” torna più volte nella storia italiana. Vive sul filo rosso del risorgimento liberale, da Garibaldi all’interventismo democratico del periodo 1914-1915, dall’antifascismo nel ventennio (assai flebile, qui il filo diventa sottilissimo) alle varie forme di patriottismo democratico tipiche del repubblicanesimo novecentesco. È una sinistra che nel Novecento tende a lungo verso il senso di patria, a differenza di una sinistra più sociale, egalitaria, sia marxista che no, comunque più attenta ai temi della lotta di classe e della rivoluzione socialista. Per queste forze politiche la nazione è una scatola vuota, un contenitore da superare: lo stato-nazione è un ingombro, per i comunisti specialmente, l’attenzione è alla funzione storica, politica e culturale del proletariato moderno. Anche per la maggioranza dei cattolici, l’idea di patria non è il primo dei pensieri. Uno spazio politico enorme è occupato da altri: la militarizzazione del senso di patria e l’avventura fascista segnano dunque un percorso ch’è inciso nel dna dello stentato liberalismo italiano. Il fascismo come “l’espressione giovanile della nostra stessa dottrina”, aveva scritto “L’Ordine-Corriere delle Marche” il direttore Vittorio Vettori, uno dei maggiori giornalisti italiani a cavallo del Novecento. Ma l’Italia post fascista è un’Italia che gestisce in varie fasi l’approdo democratico delle masse popolari. Che nel momento in cui crolla il regime eredita un paese devastato, stremato da una dittatura e una guerra rovinose. Che raccoglie nel senso di patria un paese passato in due anni (lo ricordiamo ancora) da 40 milioni di fascisti a 40 milioni di antifascisti. Nell’ora critica dello stato nazionale, la patria è un’eredità contesa. Le bande partigiane che salgono sui monti sono bande di patrioti. Dopo vent’anni i combattenti del Piave capiscono l’errore di allora e rivendicano quel ruolo disatteso, il ruolo di patrioti. Nella crisi del primo dopoguerra avevano inseguito altri miti e lasciato campo al fascismo nascente. Dal giorno in cui era discesa trionfante dalle trincee l’idea di patria ha svoltato a destra in maniera lenta ma inesorabile. Il fascismo ha raccolto quella eredità. In maniera scientifica, mentre la nuova Italia derideva i fanti ritornati, le camicie nere ci hanno costruito una fortuna politica. E vennero i contadini della trincerocrazia, l’elite dei ritornati. Alla generazione che la guerra aveva rovinato non pare vero che qualcuno la consideri il valore supremo. È solo fumo dell’arrosto squadrista, ma basterà alla creazione del regime reazionario di massa. La destra economica investe nel fascismo perché passa quel progetto culturale e di potere, non l’inverso. Poi verranno le spiegazioni consolatorie, persino la negazione dell’evidente consenso al regime negli anni Trenta. D’altra parte questo è il paese della dietrologia sui poteri forti e di tutto un armamentario fantasioso a beneficio dei gonzi. La verità è che l’inerzia della patria vira a destra – tra il 1918 e il 1920 – nel mito della vittoria mutilata, nell’ignoranza e nella povertà, nelle attese vane di una scintilla rivoluzionaria, nell’ansia bolscevica di considerare Mosca e non Roma la patria degli esclusi della democrazia. L’Italia repubblicana saprà fare di meglio. L’incontro tra le grandi famiglie politiche italiane (compresa la Democrazia cristiana, la più lontana dal Risorgimento) sarà ancora tormentato nel mondo diviso in blocchi, ma il suffragio universale, lo sviluppo economico, l’avvento delle regioni, e soprattutto il carattere rigido della Costituzione ciellenista garantiranno una navigazione più agevole. Oggi è difficile dire se l’identità nazionale sia uscita veramente rafforzata dalla prova repubblicana. L’enfasi si addice alle celebrazioni, ma una riflessione un po’ più profonda andrebbe fatta.

 

Paolo Boldrini, La Patria disattesa. Le Marche, i personaggi e le storie di un Paese incerto, ed. Affinità elettive, Ancona 2011, pp. 173, euro 14