Piccoli giornali, grandi giornalisti. Stampa e politica nelle Marche
 

L’alba del 1919 consegna all’Italia una complessità inaspettata. Non ci sono solo i frutti della vittoria. C’è un paese in difficoltà, c’è una situazione pericolosa, un’aspettativa che troverà poche soddisfazioni. La stampa amplifica questo clima.

La prima guerra mondiale ha spinto il mercato editoriale, inciso in misura sensibile su livelli di vendita ch’erano già alti nella crisi politica che porta al conflitto: il dibattito tra neutralisti e interventisti lancia grandi e piccoli giornali verso tirature mai raggiunte. Il Corriere della Sera supera le 500 mila copie, il Giornale d’Italia prova con successo a tenergli testa, La Stampa va oltre le 200 mila. Ma nel primo dopoguerra la situazione appare subito diversa. La crisi economica inverte la tendenza. Sono pochi i giornali che hanno raggiunto una vera stabilità economica e una capitalizzazione adeguata a reggere la contrazione delle vendite. Ciò comporta una difficile sistemazione degli assetti proprietari e la progressiva concentrazione delle maggiori imprese editoriali. E’ marcato l’intervento della grande industria nel controllo delle maggiori testate nazionali. I giornali sono in mano a gruppi siderurgici, zuccherieri, bancari o agrari (1).

Parte da questi anni il problema storico della stampa italiana: la preponderanza pressoché totale di editori impuri.

Nelle Marche il mercato è modesto. Né si replica qui il fenomeno dell’intervento delle grandi imprese nel capitale dei giornali. Le società maggiori, l’Anonima Cartiere Miliani e il Cnr Cantiere navale di Ancona (2), seguono percorsi affatto simili e trovano facile sinergia nell’unico vero quotidiano regionale: L’Ordine-Corriere delle Marche, foglio liberale di proprietà della famiglia Vettori, nato nel 1860 per volere di Cavour, uno dei più longevi giornali d’Italia.

Il direttore-proprietario, il rampante Vittorio Vettori, è notista politico del Giornale d’Italia, il quotidiano romano di proprietà del barone Sidney Sonnino e che ha in Antonio Salandra il presidente del consiglio di amministrazione. Un grande giornale (nel periodo 1918-1924 supera le 300.000 copie) e una sorta di organo ufficiale della destra liberale italiana. Vettori arriverà presto (nel 1923) alla carica di direttore e nel primo dopoguerra replica con successo la formula romana sul suo quotidiano delle Marche.

La piazza è sgombra dalla concorrenza de Il Resto del Carlino, foglio bolognese che pure ha un imprinting marchigiano. Era infatti senigalliese l’avvocato Giulio Padovani, uno dei quattro professionisti che il 21 marzo 1885 fondarono il giornale. E marchigiani furono due degli uomini più importanti nella storia del quotidiano: il conte Giovanni Enrico Sturani, anconetano di origine ragusea, e la prima firma Rodolfo Gabani (1871-1935), senigalliese come Padovani.

 

Liberale di tendenza radicale, interventista, avvocato di professione, Gabani è una figura cruciale nelle Marche del primo dopoguerra. Era stato lui il primo direttore della pagina marchigiana, inaugurata il 22 dicembre 1910, voluta dal conte Sturani che il mese prima era diventato direttore del Carlino (3). La pagina ha un buon successo, ma non sopravvive alle restrizioni della “grande guerra”. Dunque L’Ordine ha campo libero. Hanno notizie e corrispondenti locali anche altri giornali (Il Messaggero, La Tribuna, L’Idea Nazionale, talvolta persino Il Secolo) ma niente che possa contrastare il foglio dei Vettori, forte di un peculiare radicamento nel territorio, che non si limita alla presenza nel capoluogo di regione. Le corrispondenze dai vari centri delle Marche -anche dai più periferici- è una costante del giornale di Ancona che proprio tra la fine della guerra e gli anni venti intensifica il ruolo di quotidiano regionale. La stanzialità romana del direttore (precede i suoi articoli l’indicazione “Roma. Per telefono dal nostro direttore”) garantisce una cronaca puntuale dei fatti parlamentari e della crisi dello stato liberale che va maturando in quegli anni.

Sui direttori e i giornalisti marchigiani aleggia il paragone (per loro sempre infausto) con il principe del giornalismo italiano, l’anconetano Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera dal 1900 al 1925, coetaneo di Sturani e in rapporto di cordiale lontananza con Gabani e Vettori e ancora di più da Serafino Mazzolini, l’altro nome importante del giornalismo marchigiano del primo dopoguerra. Maceratese classe 1890 nato per caso ad Arcevia (dove il padre era dirigente scolastico), interventista, nazionalista e monarchico, poi fascista sui generis, è a Fiume con Gabriele D’Annunzio. Con lui ci sono Gabani, Lamberto Sivieri, direttore del foglio repubblicano Il Lucifero, e l’ex sindaco di Ancona Alfredo Felici, pure lui avvocato e giornalista de L’Ordine, amico di D’Annunzio fino a diventarne procuratore generale.

Massone agli inizi della carriera, Mazzolini aveva diretto il foglio liberale L’Unione e il nazionalista La Prora. E’ a L’Ordine-Corriere delle Marche dal 1917 al 1923, ci torna nel 1926 da direttore (4). Già caporedattore dello stesso giornale, licenziato da Vittorio Vettori per vari dissidi in larga parte riconducibili a questioni politiche marchigiane, il maceratese non riesce a sfruttare l’avvento pieno del fascismo. Nella regione è in difficoltà, anche per la rissa permanente nel partito. E’ vero che torna a L’Ordine nel gennaio 1926 (dopo che la segreteria provinciale del Pnf -retta dal potente ragionier Avenanti- aveva liquidato alla sua maniera la famiglia Vettori), ma l’ascesa inverte la rotta, il fascismo al potere sembra rallentarne l’azione politica.

Nelle Marche la leadership gli sfugge. Situazione diversa in ambito nazionale, dov’è stato vicesegretario del Pnf e dove la cordata degli ex nazionalisti -in primis l’amico Luigi Federzoni- lo appoggerà in una lunga e prestigiosa carriera diplomatica. Coadiuvato dai servizi segreti inglesi, è regista in Uruguay di un colpo di stato militare, operato nel 1933…(segue)

 

Paolo Boldrini, Piccoli giornali, grandi giornalisti. Stampa e politica nelle Marche, in “Le Marche nel primo dopoguerra (1919-1924)” Ancona 2010