Vittorio Vettori e la tribuna de “L’Ordine”
 

L’Ordine-Corriere delle Marche”, l’attuale Corriere Adriatico, è uno dei più antichi quotidiani d’Italia. Fu voluto dal conte di Cavour, per il tramite del commissario Lorenzo Valerio, già nell’ottobre del 1860, pochi giorni dopo la battaglia di Castelfidardo (1). Giacomo Vettori aveva allora poco più di vent’anni e fu inviato dal conte ad Ancona per diffondere il verbo liberale, il cui credo, nella dorica antagonista, aveva difficoltà ad allignare. Il giornale è legato sin dall’esordio (il primo direttore è Luigi Mercantini, estensore della “Spigolatrice di Sapri”) alla destra storica, ma elabora a cavallo del secolo, e segnatamente nei primi anni del Novecento, una propria autonomia critica con la direzione (e poi anche con la proprietà) di Giacomo e del figlio Vittorio Vettori, esponenti di una solida famiglia veneta trapiantata in Ancona. Famiglia che resterà al timone del giornale per cinquant’anni, con le direzioni di Giacomo, Vittorio, Guglielmo e -dopo la parentesi fascista (nella quale il giornale subisce un forzato passaggio di proprietà)- di Marcello Vettori.

Nei primi anni del ‘900 il referente è sempre e comunque la destra liberale ma i Vettori non aderiscono in maniera aprioristica ad alcun progetto senza prima vagliarne la consistenza, in piena libertà e autonomia. Questo atteggiamento non li tiene al riparo da valutazioni errate e, talvolta, da vere e proprie cantonate. Ma nella erronea considerazione degli eventi-cardine del primo quarto di secolo, Vittorio Vettori è in buona compagnia. Nei confronti del fascismo ad esempio, il suo percorso non è dissimile da quello dell’altro grande giornalista anconetano, il ben più noto Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera dal 1900 al 1925 (2).

Nel febbraio 1914 muore Giacomo Vettori. La successione spetta al figlio Vittorio ch’è già brillante notista politico al Giornale d’Italia, quotidiano romano diretto da Alberto Bergamini, sempre in lotta col Corriere della Sera per il primato di vendite (3). Vittorio dirige L’Ordine, scrive sempre per il primo quotidiano della capitale (il suo vero ufficio è a Roma, a Palazzo Sciarra, sede del Giornale d’Italia) e collabora assiduo al Temps di Parigi. Giornalista instancabile, Vittorio guarda ad una destra che considera dinamica, innovativa e ambiziosa come lui. E’ una destra in realtà conservatrice che ha in Antonio Salandra il faro in Parlamento e nel deputato marchigiano Luigi Dari un approdo sicuro nel territorio.

Patito della questione adriatica, Vettori è interventista per necessità. Vuole la costa dalmata e istriana, la considera vitale nell’equilibrio strategico della nazione:

“Per essere una casa con quattro pareti ed una porta chiusa, l’Italia deve considerare l’Adriatico un mare interno: lo impongono ragioni economiche, politiche ma soprattutto strategiche. Chi ha la costa dalmata e istriana, ha la quarta parete d’Italia nelle sue mani” (4).

Il giornale ha palesi mire espansioniste ma il direttore non firma mai articoli che possano dispiacere al primo ministro Antonio Salandra. Il premier pugliese aspetta il momento migliore per entrare nel grande forno, capisce che le defezioni di Giolitti, dei socialisti e dei cattolici sono un problema serio.

Su L’Ordine un editoriale firmato da un collaboratore chiarisce che la volontà di potenza non è il risultato di “ingiusti segni d’imperio” né di “conquiste o assoggettamento di genti dissimili, ma rivendicazione di quelle terre e di quelle genti senza delle quali potrà mai definirsi compiuta la Patria italiana” e invita perentorio: “Italiani! Facciamo veramente nostro il mare nostro”(5); il direttore però frena: “Finiamola col sistema di screditare a priori tutto ciò che fa l’Italia, unicamente perchè non ha creduto di imbarcarsi ad occhi chiusi e senza una vera ragione nazionale in una vasta guerra immediata e nel frattempo provvede saggiamente a rafforzarsi e a tutelare qualunque interesse minacciato” (6). E’ necessario aspettare.

Calma e gesso dunque, se non fosse che nello stesso numero compare un affondo firmato B., probabile contributo del falconarese Coriolano Bellagamba, destro convinto e antigiolittiano viscerale: “Il possesso del Trentino nelle mani dell’Austria è come una spina inflitta nel cuore d’Italia, la regione friulana, priva com’è di ostacoli naturali apre le nostre floride province settentrionali alle facili invasioni nemiche, quando però noi possederemo il Brennero, l’Istria con Fiume e tutta la dorsale delle Alpi dinariche, potremo senza inceppi e senza pericoli di sorta sviluppare pacificamente le magnifiche doti di tenacia e di genialità della nostra razza” (7).

Nel 1915 tiene banco la crisi della pesca dovuta -spiega il giornale- al fallimento del progetto dei battelli a vapore, “di cui Ancona è precursore”. Tre anni prima, nel 1912, era fallita la “Compagnia Anconetana” del conte Fazioli, “per l’errato impiego degli attrezzi e la mancata conoscenza dei fondali”. Gli austriaci avevano invece intuito la bontà del progetto e ci avevano investito. Con 45 battelli a motore, alcune compagnie “industriali e cooperative largamente aiutate dal governo con sussidi e concessioni fecero ottimi affari spingendosi anche sulle coste dell’Albania” (8).

 

La strategia politica cara al giornale è evidente: compattare i nemici interni (socialisti, cattolici e giolittiani) e convertirli al progetto bellico per dare poi l’assalto a immaginarie moltitudini nemiche. Persino il disastroso terremoto di Avezzano, proprio nel gennaio 1915, ne dà la prova. Dopo aver sottolineato l’“Orrendo spettacolo di morte”, Vettori scrive: “Non credano di profittare della nostra sventura i rari nemici interni e i moltissimi nemici esterni. In alto i cuori! Viva l’Italia” (9).

Sulla questione dei pacifisti, riottosi all’idea di entrare in guerra, Vettori considera fantasiose le corrispondenze italiane del Berliner Zeitung. Il quotidiano tedesco riporta fedelmente le posizioni del vasto fronte parlamentare ostile al conflitto. Vettori è perentorio: “Non si illudano e soprattutto non illudano il loro pubblico: non vi è alcun uomo di governo in Italia il quale voglia la Patria imbelle, derisa, isolata, svalutata, suicida” (10).

Il fido Bellagamba rincara la dose il giorno successivo. Con il fondo “I social-neutralisti e la guerra”, accusa i socialisti di “favorire la prussificazione della nostra compagine nazionale”, mentre il giornale dà conto dei comizi neutralisti in tutta Italia, da Genova a Torino, da Milano a Bologna, da Venezia a Modena e Verona, da Firenze a Roma fino a Catania.

Il foglio tira la volata per le “radiose giornate di maggio” e l’ingresso nella grande guerra. Vettori è critico con alcuni ambienti politici, anche della destra moderata, favorevoli ad un accordo in extremis con gli imperi centrali. Il suo pensiero fisso è l’Adriatico: “Se ci legassimo le mani con un’intesa con l’Austria, accettando compensi territoriali, per esempio nel Trentino e nel Friuli occidentale, in cambio della nostra indefinita neutralità, come potremmo in caso di sconfitta dell’Austria, evitare la quasi completa slavizzazione dell’Adriatico?”. Mentre il giornale non perde di vista le notizie che interessano il pubblico (c’è il giusto rilievo per un carico del piroscafo “Prudentia” con 28 mila quintali di grano per la città di Ancona) il fondo argomenta sui cinquant’anni di convivenza in Adriatico con gli austriaci in posizione dominante. Li abbiamo tollerati -dice Vettori- perché non avevamo i mezzi per modificare i rapporti di forza e perché “consideravamo l’Austria come ente transeunte destinato a fine più o meno prossima, ma sicura”. La paura del direttore è che i russi, una volta battuta l’Austria, lascino ai serbi il controllo dell’Adriatico, così “l’invasione del formidabile torrente slavo sarà un fatto compiuto” e sarà da considerare come “definitiva ed irrevocabile la nostra decadenza in Adriatico”.

L’entusiasmo per l’entrata in conflitto è tale che Vittorio Vettori parte per il fronte. I successi sembrano continui e si riflettono nei titoli: “La lenta e continua avanzata sull’Isonzo” (3 luglio) Il nemico sbaragliato in Carnia” (4 luglio), “Volontà di vittoria” (16 luglio). A metà mese Vettori incontra Salandra al fronte, sul passo Falzarego. E dal fronte scrive il 17 luglio l’editoriale “Verso la fine di un Impero”.

Ad Ancona Bellagamba è sarcastico. Adesso si firma Bell, per l’ammirazione nutrita per il giornalista inglese del Times Moberly Bell: “Il kaiser oggi piange sui cadaveri. Domani sarà un popolo intero che verserà fiumi di lacrime per un folle sogno di grandezza e di potenza” (11).

Sul giornale non traspare la tragedia della guerra. Anche nelle lettere dalle trincee i toni sono spesso romantici o celebrativi. La notizia di un tale Emilio Montesi di Senigallia, minatore del genio, che torna in licenza-premio per “aver distrutto un ostacolo nemico a nord di Monfalcone”, è un avvenimento che guadagna la seconda pagina.

Il 22 luglio Vettori torna in Ancona. Il suo giornale lo intervista. Il direttore ha solo poche ore perché tornerà al fronte “per riprendervi il suo posto al comando supremo” e dice che bisogna avere “immensa e giustificatissima fiducia nell’esercito e nei suoi capi”.

L’estate passa nei commenti entusiasti di un’avanzata che pare continua. La guerra di montagna è celebrata con entusiasmo. Il ferragosto esalta “La mirabile precisione delle nostre artiglierie da tremila metri di altezza”, mentre i “trinceramenti nemici nel Cadore sono sconvolti dall’artiglieria”.

La cronaca locale è invece fiacca, sembra non interessare. C’è giusto qualche lettera di tono patriottico. Il 24 agosto compare la prima corrispondenza dell’inviato speciale Serafino Mazzolini, redattore capo del giornale. Uno dei futuri leader del fascismo marchigiano scrive da Brescia una nota -datata 21 agosto 1915- che ne attesta lo spirito ultra-patriottico e la penna più incline all’escursione romanzata che alla corrispondenza di guerra: “Siamo saliti da Bormio per via dello Stelvio”…”lo spettacolo che la natura offre è fantastico. Le montagne più alte e più varie si accavallano ai lati di valli strette intersecate da vie che si inseguono per una serie di tourniquets e dalle montagne fra gli abissi, piccole cascate elevano un rumore lieve che si ripercuote in una miriade di echi” (12). La lunga corrispondenza termina in un eloquente elogio dei combattenti: “il loro grido è nell’anima, la loro fede è nella stessa opera loro così grandiosa, così imponente. Ce ne andiamo”…”un aquilotto si libra in alto, calmo e solenne roteando sulla roccia scoscesa in cerca del nido. Ed il cannone tace”.

Il giornale tace piuttosto sulla guerra vera, con pagine locali occupate da comizi pro-patria, da Salandra che ringrazia il sindaco di Ancona per “la manifestazione altamente patriottica di codesto consiglio comunale”, dai saluti dal fronte di cinque militi marchigiani in “trincea sull’altopiano carsico”, dalle notizie desunte dalla stampa internazionale. Ne compare una rimbalzata da Londra, del Daily Telegraph di New York: “In Germania difetta la carne”.

Mazzolini imperversa con le corrispondenze romantiche. “Una luce nuova: la luce che tutti i redenti hanno negli occhi raggianti. E’ la gioia della redenzione”…(segue)

 

Paolo Boldrini, Vittorio Vettori e la tribuna de “L’Ordine”, in “Le Marche e la Grande guerra (1915-1918)”, Assemblea Legislativa delle Marche, Istituto per la Storia del Risorgimento italiano – Comitato Provinciale di Ancona,  2008