150 anni di storia nelle Marche

 

Marco Severini (a cura di), Memoria, memorie, 150 anni di storia nelle Marche, Il lavoro editoriale, Ancona 2012, pp. 270

Si distingue tra i molti libri sui centocinquanta anni di storia italiana, questo “Memoria, memorie” curato da Marco Severini dell’università di Macerata. La raccolta di tredici saggi appare ben strutturata lungo un percorso che affronta varie questioni intorno al tema della crescita culturale, sociale e civile delle Marche nel rapporto con l’Italia repubblicana. Temi che vanno dalla contrapposizione tra Pio IX e Girolamo Simoncelli al clima della Settimana rossa, dall’altare della patria fino al ruolo della mezzadria. Un approccio multidisciplinare che indaga il vissuto e l’immaginario della regione in età contemporanea.

Il volume nasce da un progetto della giovane Associazione di storia contemporanea, condiviso dall’Istituto storia Marche e dal Comitato di Ancona dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano. Con una prefazione di Vittoriano Solazzi, presidente dell’Assemblea legislativa delle Marche, si apre il ventaglio dei tredici autori dell’opera collettanea (Severini, Dragoni, Febo, Marsili, Piccinini, Frontini, Bolotti, Papini, Sansoni, Soldini, Colletta, Cresti, Brunella). 

La trama dei saggi concede poco alla esaltazione degli eventi. Sul cammino dell’unità pesano retaggi antichi e opposizioni violente. Brilla in questo senso il contributo di Lucio Febo, utile a chiarire l’epopea dei briganti e in particolare il ruolo degli Sciabolone nel quadro complessivo del Brigantaggio ascolano. Scaturiti in larga parte come opposizione all’occupazione francese, i briganti ascolani approdarono ad un terrorismo caratterizzato da ampie adesioni nelle campagne. L’attacco allo stato unitario avrà dunque un antefatto, un retroterra ideologico-politico già presente alla fine del ‘700.

Sulla connotazione non sempre e non solo marginale delle masse picene, è inquadrato l’intervento di Massimo Papini sul mito della Settimana rossa. Per quanto sia “un avvenimento di scarso rilievo”, del quale alcune minoranze rivoluzionarie hanno “mantenuto vivo più che il ricordo, il fascino, sempre più etereo, del mito”, resta il carattere sovversivo del capoluogo, saggiato dai golpisti D’Annunzio e Mussolini. Per questa tendenza fu proprio il capo del fascismo a sostenere la necessità di punire Ancona, “il covo dei ribelli”. Una fama eversiva forse esagerata, quella anconetana. Nota Papini: “Si ha la sensazione che i disordini siano più il frutto della psicosi collettiva generata dalla paura di un altro intervento della forza pubblica, piuttosto che da interventi rivoluzionari”. Lo stesso Malatesta, eversore di punta, vista la ridotta portata degli eventi se l’era svignata a Pietra La Croce. Poi ci sarà la questione del garibaldinismo interventista a complicare i tentativi rivoluzionari. Il fronte si spacca con la vicenda dell’ingresso nella Grande guerra. Qui i repubblicani e una parte dei socialisti spostano gli equilibri politici. Nascono nuovi miti, come quello di Filippo Corridoni: dal sindacalismo rivoluzionario alla morte al fronte. Emanuela Sansoni indaga il caso di Corridonia, con la trasformazione di un borgo marchigiano in una icona del fascismo militante.

Le strutture politiche informano di sé le città, i luoghi di rappresentanza. Da questo punto di vista la raccolta di saggi presenta la storia del monumento che a Castelfidardo ricorda la celebre battaglia del 18 settembre 1860. Punto fondamentale del cammino unitario, anche i fatti di Castelfidardo furono più significativi che cruenti. Gilberto Piccinini approfondisce le vicende che portano a completare il monumento soltanto nell’estate del 1912. Da lì in avanti la memoria è stata piuttosto contrastata nel segno di una robusta dinamica dei rapporti stato-chiesa.

Il Risorgimento è anche nelle pietre. Silvia Bartolini è autrice di un’attenta disamina sulla storia di Macerata nelle lapidi cittadine, mentre il rapporto tra Macerata e la sua università viene illustrato da Silvia Bolotti. Il clima che emerge è di un generale declassamento della città, dovuto ai suoi trascorsi papalini.

Chi invece trova un momento di gloria in terra romana è il marchigiano Giuseppe Sacconi, architetto di Montalto, autore di uno dei più conosciuti mausolei italiani. Celebre, per quanto spesso disprezzato, il monumento, pressoché sconosciuto l’autore. Luca Frontini chiarisce bene il percorso di un’opera molto dibattuta e lungamente fatta oggetto di ironie e sarcasmi. La difficoltà di arrivare al suo compimento fu per i fascisti la prova, come ha scritto Emilio Gentile, della incapacità dell’Italia liberale di arrivare a risultati concreti. Le polemiche finirono per favorire la presa di possesso del fascismo non tanto e non solo dell’opera, quanto dell’eredità politica ch’essa rappresentava: la guerra, i caduti, lo sforzo eroico del vero compimento dell’unità nazionale. Sarà anche “una moltitudine di statue banali fino all’imbecillità”, ma il fascismo al potere si guadagnerà gratis la sua “quinta di regime”, quel Vittoriano già svillaneggiato dai sindacalisti rivoluzionari quale esempio di “patriottismo falsario e ladro”.

Né fu amato dai cattolici, che lo vedevano come prodotto laico di una grandezza posticcia e terrena.

La dimensione di mancata condivisione sulla genesi dello stato italiano torna nel saggio introduttivo di Marco Severini. Nel suo derby senigalliese tra papa Masti Ferretti e il patriota Girolamo Simoncelli c’è molto della vexata quaestio del rapporto stato-chiesa. Un rapporto che supera l’ambito cittadino per diventare confronto universale. Severini amplia la sfera di influenza del patriota Simoncelli, di un politico che assume impavido il suo ruolo nel contesto lasciato dai fatti del ’48. Una realtà caratterizzata dall’abbandono tattico di Pio IX, da fenomeni di destabilizzazione e di violenza culminate con l’azione estremista degli Ammazzarelli. Un clima di rivolta che sfianca gli organismi democraticamente eletti. Simoncelli non vedrà l’alba dell’unità: verrà fucilato dieci anni prima, da un plotone di svizzeri, alla Rocca di Senigallia, dopo un processo che si rivelò “un’autentica montatura politica”.

 

Paolo Boldrini, in <Storia e Problemi contemporanei>, n.60, pp. 246, Bologna, settembre 2012