Chiesa e fascismo a Fabriano

 

Carlo Crialesi, Chiesa e fascismo a Fabriano (1925-1943), Centro Studi Don Giuseppe Riganelli, Fabriano 2010, pagg. 205, s.p.

 

L’affermazione del movimento cattolico fabrianese e le vicende negli anni che vanno dal giolittismo al fascismo sono i motivi conduttori dell’interessante lavoro di Carlo Crialesi, uscito a Fabriano a cura del Centro studi intitolato all’educatore don Peppe Riganelli. Una bella prova che tra le molte note positive riporta l’attenzione su due giornalisti di talento: Filippo Rossi, giovane martire, e monsignor Pietro Bargagnati parroco della cattedrale di San Venanzio, prete di penna fluente e schiena diritta.

I rapporti tra Chiesa e fascismo sono oggetto di numerosi studi, come ha ricordato il professor Renato Moro nella brillante prefazione al libro. Ma il contributo di Crialesi colma una lacuna importante perchè il territorio fabrianese ha conosciuto in quegli anni una dinamica peculiare di quei rapporti, che pur nella evidente prevalenza della tradizione clerico-moderata del movimento cattolico locale, ha avuto una forte componente di ispirazione più popolare e democratica. Anche a Fabriano vale la regola degli indifferenti (così Mussolini chiamava la massa grigia, lontana dalla politica attiva, e avulsa dai contrasti della storia), ancor più nel clero locale, per il quale il regime compirà una singolare quanto sistematica schedatura in due fasi, tra il 1929 e il 1931.

L’immagine che ne esce è comunque di un clero non fascistizzato, se è vero che solo il 15% simpatizzerà per il regime (il 22% nel 1929). Sono dunque anni di consenso da quieto vivere più che il frutto di un’adesione convinta. Anni di conflitto sotterraneo, assai diverso da quello esploso nel periodo più vivacemente analizzato da Crialesi, quello della crisi della democrazia liberale e dell’avvento del fascismo. La forza dei cattolici locali è nella giunzione politica tra il settimanale L’Azione (che compie quest’anno le sue cento primavere, essendo nato nel 1911) e il Partito popolare che nei primi anni Venti s’impone nella scena politica e amministrativa fabrianese. Il direttore Bargagnati esprime una linea politica molto critica verso il fascismo, una posizione molto contrastata che lo porterà fino alle dimissioni, arrivate dopo robuste pressioni delle camicie nere sulla Curia. Ma il nuovo direttore, il giovane Filippo Rossi è della stessa pasta del parroco di San Venanzio. Scrive Rossi, il 13 dicembre 1924, nel momento che precede la piena presa di potere fascista: “La forza sta nel diritto, non il diritto nella forza”. Ce l’ha con quella che il politologo spagnolo Juan Linz chiamerà “la concorrenza della forza”, la costante intromissione di una milizia di parte. Ancora Rossi: “L’uso della forza di fazione, anche per raggiungere un fine prossimo utile, è immorale perché sovvertitore dell’ordine della società”. Perché si tratta di violenze che pesano sui corpi e le coscienze: “Come è vero che la virtù sta nel mezzo, così è pur vero che ci sono le bastonate, e che noi le abbiamo prese da tutti: nel ’19 dai rossi, dal ’22 ad oggi, in maniera molto meno metaforica, dai neri. Del resto a nostro sostegno abbiamo la storia più che millenaria. Caddero imperi, caddero tiranni, mutarono regni, la morale mai, ma sempre si è eretta a giudice inesorabile dei tempi”.

Rossi e Bargagnati resisteranno a lungo e il primo pagherà con la vita la sua battaglia: il giovane morirà trentenne anche a causa delle violenze subite dagli squadristi. Entrambe hanno condiviso una passione per la figura eroica di un testimone scomodo:

“L’ombra di Don Minzoni, l’assassinato di Argenta, sepolto due volte, risorge gigante dal silenzio sepolcrale chiedendo giustizia, erigendosi a difensore dei diritti più sacri di un popolo. È il giudizio di Dio che pesa severo e che mai può venir meno. Come il sangue di tutti i martiri anch’esso ha la sua semenza, Don Minzoni è il martire della libertà e del sacrificio e il suo sangue sarà principio di giustizia e di condanna al sistema dei violenti e germe di pace e fratellanza cristiana”.

Sono parole che il regime non può tollerare e il 1925 è l’anno dell’epilogo del foglio cattolico. Dopo quattordici anni dovrà sospendere le pubblicazioni.

Nel clima intimidatorio di un fascismo locale cui la destra cattolica dà un’ampia apertura di credito, stretto tra l’incudine e il martello, il giornale subisce sequestri continui, spesso ad opera non del Commissariato locale ma dalla Prefettura di Ancona, segno inequivocabile del salto di qualità delle misure repressive contro la stampa libera. Un percorso scandito dai falchi della destra fascista, che fanno sentire alle Marche il fiato sul collo dell’editore originario di San Ginesio Francesco “Franco” Ciarlantini, uomo del costruendo regime nei rapporti con la stampa, cresciuto tra i socialisti milanesi di Benito Mussolini, con lui nell’avventura dei fasci, poi addirittura scavalcato a destra nel sodalizio con Farinacci. Tempi bui aspettano il foglio fabrianese, che si piegherà per non spezzarsi, per tornare alla vita piena e riconquistare la scena del secondo dopoguerra, vent’anni dopo, e per seguire da vicino la lunga stagione democratico-cristiana.

 

Paolo Boldrini, in Storia e Problemi Contemporanei, n. 56, Bologna, Aprile 2011