Gli aguzzini di Mimo, Storie di ordinario collaborazionismo (1943-1945)
 

Luciano Allegra, Gli aguzzini di Mimo, Storie di ordinario collaborazionismo (1943-1945), Silvio Zamorani Editore, Torino 2010, pp. 340 

“Bisogna, ancor oggi, forse più che ieri, svegliarsi e svegliare gli altri. In ogni campo, anche se le circostanze sono dolorose”. “Per vent’anni sotto forme pomposamente virili abbiamo avuto la più insigne buffonata della storia”. Si presenta così Francesco Pinardi detto “Mimo”. Studente alla Normale di Pisa, passato poi alla facoltà di Legge dell’Università di Torino. “Mimo” Pinardi ha una repulsione intellettuale per il conformismo fascista, e matura presto una opposizione radicale al regime. Quella opposizione gli costerà la vita a soli ventuno anni. La sua è una storia che colpisce. Una vicenda tragica. La mattina del 14 febbraio 1945 il cadavere di Francesco “Mimo” Pinardi crivellato di colpi d’arma da fuoco, è scaricato a mo’ di sfida e di avvertimento nella centralissima piazza Vittorio, in una Torino coperta dalla neve. Un automezzo della Gnr, la Guardia nazionale della repubblica saloina, lo porta all’istituto di medicina legale dell’università. La descrizione della fine della sua vicenda personale apre una serrata narrazione del suo percorso ideologico e politico, nella concatenazione di fatti, memorie, riflessioni sulla grandezza esemplare di una esistenza dritta alla meta, senza finzioni, senza risparmio di energie.

Attraverso la piccola-grande storia di Mimo, Luciano Allegra (che insegna Storia Moderna nell’ateneo del capoluogo piemontese) ci rappresenta la violenza di un tempo terribile della storia italiana, quello della guerra civile e del regime morente. Nel raccontare la parabola esistenziale di un giovane italiano ne ricostruisce il percorso di vera, autentica maturazione ideologica.

Torinese classe 1923 Francesco era di famiglia agiata. Il padre Giuseppe, un ufficiale medico della Grande guerra, era partito dal niente e aveva maturato una professionalità importante in prima linea, cominciando dal fronte.

Il resistente Mimo ha la tenacia del padre. Appena ventenne deve presentarsi nel 1943 al corso allievi ufficiali di complemento universitari a Mercatale di Vernio, in Toscana. Quando arriva scopre che i suoi trascorsi alla Normale pesano: va sotto inchiesta per antifascismo, praticamente subito.

Ha una visione lucida del momento storico e degli antichi mali dell’Italia. Scrive: “Conseguenza prima nelle terre liberate -purtroppo non da sole e a qual prezzo liberate- l’automatico ripresentarsi di un rapporto di forze fittizio assai simile a quello dell’altro dopoguerra, la ricomparsa di uomini con programmi non adeguati al nuovo tempo, esasperati dal bavaglio e dalle persecuzioni ventennali, la passività, o l’impreparazione e l’incomprensione di molta massa”. I vertici di Giustizia e Libertà lo nominano capo del settore San Paolo, il quartiere operaio della città. Quattro giorni prima che lo uccidessero, Mimo aveva distribuito un volantino ai cancelli delle scuole, l’aveva scritto lui, è il suo testamento politico:

“Migliaia di giovani sono già caduti, combattendo eroicamente nelle file partigiane: essi son caduti nel nome dell’Italia, per riscattarne di fronte al mondo civile l’onere che una cricca di infami traditori aveva macchiato, il loro sangue, così generosamente versato, sarà quello che farà germogliare la nuova Italia, che uscirà dalla prova purificata dal loro sacrificio”. La sua idea dell’Italia alla fine proverà ad imporsi, lui invece verrà ritrovato morto nella neve, martoriato dalle sevizie e crivellato da trenta colpi di mitra.

C’è da chiedersi se quella pensata da Pinardi sia un’Italia destinata a restare minoritaria per sempre. Un’idea elitaria eppure concreta: “Finchè ci restano gli uomini, la volontà, il lavoro, bisogna sperare”. “Da questo periodo di sangue e distruzione faremo nascere un mondo nuovo, bellissimo e pacifico”. La grande passione per gli ideali della giustizia e della libertà, un sentire che tende verso un’Italia diversa, ripropone il concetto dell’Italia nazione, senza le caratterizzazioni internazionaliste o sovranazionali di molti resistenti antifascisti, anche della sua parte.

Una passione affogata nel sangue. L’autore analizza l’humus in cui nasce la banda di quei violenti che terrorizzano la provincia torinese. L’esordio è datato all’autunno del 1944 quando il maggiore Enrico Mazzantini (livornese come il suo amico Silvio Gai, capo dei fascisti marchigiani) sposta un gruppo di artiglieri del R.a.u. (Raggruppamento arditi ufficiali) formando una nuova formazione dei R.a.p., i Raggruppamenti anti partigiani. Da qui ha inizio una serie di sequestri, violenze efferate, sevizie, mutilazioni, prima di vere e proprie esecuzioni.

Di particolare interesse è la seconda parte del libro, che analizza il milieu di contaminazioni e di doppi giochi della guerra civile italiana. Si tratta di un’analisi solo in parte relativa alla realtà piemontese, dove ben seimila uomini sui novantamila attivi nella Resistenza avevano avuto un ruolo nella macchina organizzativa della Rsi. Non si trattava solo di militari che avevano preso coscienza della reale natura del fascismo, ma in larga parte di infiltrati, “di predatori, spioni e assassini”. Dunque non solo militari trasmigrati in buona fede e piena convinzione, arrivati persino da corpi fedeli al regime (le divisioni Littorio e Monterosa, o anche la X Mas, scrive l’autore) ma molti militi della Gnr, e agenti di Polizia, più spesso Carabinieri giunti alla meta sulla base di vicende personali non sempre chiare. Nota Luciano Allegra come “il periodo della repubblica di Salò debba essere osservato come uno straordinario brodo di cultura per i doppiogiochisti di ogni specie”. Una ribalta formidabile per squallidi collaborazionisti andata e ritorno, con vicende personali da fantapolitica. Valga per tutti l’esempio di tal Domenico Pertosa, perdigiorno disperato in servizio alla Gnr di Asti. Siamo agli inizi del ’44. Dopo un paio di mesi Pertosa diserta e raggiunge Torino dove pentito si ri-arruola nella Gnr. Volta di nuovo gabbana, quasi subito: diserta ancora e se ne torna a casa, a San Damiano d’Asti. Tempo pochi giorni, ed eccolo che entra in una brigata partigiana. La macchia non gli si addice se è vero che alza i tacchi, torna a Torino e si fa assumere all’Ispettorato militare del Lavoro, per il quale lavora fino al gennaio 1945. A quel punto torna di nuovo coi partigiani, stavolta in Val Sangone, ma a marzo dello stesso anno lo ritroviamo ancora una volta a Torino, “con l’incarico di svolgere attività clandestina”. Nel frattempo “vive alle spalle del movimento di liberazione, scroccando denaro all’uno e all’altro, commettendo truffe e facendo delazioni che provocheranno l’arresto di almeno tre partigiani”. Perché questo è il vero merito del libro: di ricostruire il clima di un’epoca che al fianco di gesta eroiche, nella catarsi forse rigeneratrice del senso di patria, fa emergere un quadro parallelo di impressionante pochezza morale.

Paolo Boldrini, in Storia e Problemi contemporanei, n. 57, Bologna, luglio 2011, pp.190 euro 21