Il giovane fascismo marchigiano

 

Anche nelle Marche il fascismo fu “una generazione di guerra e rivoluzione”? Una deriva giovanilista e goliardica? E quale fu il ruolo dei giovani nel fascismo delle origini e nell’Italia del primo dopoguerra? Sono interrogativi, né risaputi né banali, che emergono dal nuovo numero della rivista Storia e Problemi contemporanei, arrivata al ventisettesimo numero (“Giovani e ordine sociale” edita dall’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche). Grazie ad un mirato saggio di Bruno Wanrooji, docente di una strana sede della Georgetown University in salsa toscana (allocata a Villa Balze di Fiesole) il nesso tra giovani e fascismo delle origini viene ampiamente analizzato. Il primo fascio di combattimento delle Marche fu fondato a Camerino da un gruppo di studenti per iniziativa di Pietro Gorgolini, pubblicista patito per la questione adriatica e l’antibolscevismo. Siamo agli inizi di aprile del 1919, neanche un mese dopo che Mussolini a Milano aveva fondato il movimento. Infuria la battaglia politica che va sotto il nome di diciannovismo. I reduci non hanno ancora piegato a destra, la situazione economica è grave, il Paese è in subbuglio permanente, a sinistra aspettano la svolta rivoluzionaria che dia seguito alle estrosità verbali che si ascoltano in Parlamento. Nelle Marche, come nel resto d’Italia, l’avvento del fascismo è anche una svolta generazionale. A livello nazionale già nel 1921 il 13% dei 151.644 iscritti al movimento fascista sono studenti. Qui da noi oltre al Gorgolini di Camerino (che, come ha scritto lo storico anconetano Enzo Santarelli, fa accettare senza fatica la carica di presidente onorario al rettore Gallerani) c’è il fanese Mario Panicali vanamente inseguito dal padre che lo vorrebbe sui libri, e  soprattutto il pesarese Raffaello Riccardi, poi leader del fascismo nella sua provincia, squadrista picchiatore, finito nel 1939 sulla poltrona di ministro degli Scambi e Valute (ha scritto Indro Montanelli che il nostro era più competente sugli scambi di legnate). Giovani universitari dunque ma anche militari, agrari, curiosi generici, desiderosi di menare le mani, delusi dall’esito di una guerra vinta sui campi ma persa al tavolo di Versailles da politici corrotti della vecchia Italia liberale. Giovanilismo ardente e certo un po’ greve che attacca avversari esterni ed interni al movimento perché questo venga liberato “dai catarrali elementi della mentalità impeciata dai vecchi programmi politici di conservazione della cloaca politica italiana”. Dove finisce la maggior parte di questi giovani? A Fiume, col poeta-soldato, dietro le cannonate dal generale Caviglia, nel famoso Natale di sangue.

 

Paolo Boldrini, Il giovane fascismo marchigiano, Corriere Adriatico, 14 ottobre 2001