Il socialismo anarchico de L'agitazione, 1897-1898".
 

Errico Malatesta, “Un lavoro lungo e paziente. Il socialismo anarchico dell’<Agitazione>, 1897-1898” con un saggio introduttivo a cura di Roberto Giulianelli, ed. Zeroincondotta-La Fiaccola, Milano-Ragusa 2011, pp. 

Nella primavera del 1897 Errico Malatesta, anarchico ormai celebre, torna in Italia da clandestino. Arriva da Londra o forse da Parigi, dove è accreditato persino di un rocambolesco flirt con Maria Sofia di Borbone, detta la Regina degli anarchici. Solo gossip di fine Ottocento, forse.

Nella Dorica è fondamentale il suo contributo alla nascita del giornale l’<Agitazione>. Parliamo di uno dei pochissimi periodici del movimento anarchico esistenti allora in Italia, assieme all’<Avvenire sociale> di Messina e al parmense <Nuovo verbo>.

La scelta di Ancona, scrive Roberto Giulianelli nell’efficace saggio introduttivo, appare ben ponderata da un punto di vista geopolitico, e favorita anche alla vicenda giudiziaria degli anarco-individualisti anconetani, appena decimati da una sentenza del Tribunale. Malatesta trova un ambiente politico sgombro di avversari interni. Le decine di anarchici individualisti (inclini ad azioni violente) erano state messe fuori gioco a seguito dell’irruzione della polizia nella sede del loro circolo La Nuova concordia, trovandovi “reagenti chimici destinati al confezionamento di bombe”. Dei trentacinque aderenti, diciannove erano stati riconosciuti colpevoli di associazione a delinquere.

Per Malatesta Ancona era dunque la città giusta per un progetto socialista-anarchico, anche per l’eco di quella situazione anconetana che Enzo Santarelli ha definito di “ininterrotta tradizione anarchica”. In Ancona poi Malatesta poteva contare sul suo sodale Cesare Agostinelli, altro pezzo da novanta dell’anarchismo italiano, col quale aveva condiviso la leggenda del lavoro di cercatore d’oro in Patagonia e le avventure dell’esilio argentino.

In ambito socialista il foglio anarchico anconetano bersaglia la tendenza che Malatesta vede nei socialisti italiani di sviare al centro, come se l’idea della proprietà collettiva quale “sbocco naturale e necessario della moderna evoluzione economica” venisse svenduta, col risultato di “intitolarsi socialisti scientifici per poi cadere al livello dei democratici borghesi”.

Altri obiettivi fissi sono “i preti e la massoneria”, con un parallelo inedito sulla loro funzione: gli italiani sono religiosi per tradizione, dice Malatesta, ma quando “per ragioni di educazione o di ambiente accade ch’essi non credano alla religione, la massoneria si presenta loro come un buon succedaneo”.

Gli attacchi del foglio moderato <L’Ordine-Corriere delle Marche> agli anarchici e ad Amilcare Cipriani in particolare, trovano l’<Agitazione> sempre sugli scudi. Il dibattito è serrato. Malatesta accusa il foglio anconetano di essere il “giornale al servizio di tutti i ministeri”, “umile leccazampe di chi vi paga, non sapete nemmeno organizzare una propaganda intelligente a favore dei vostri padroni”.

L’anticapitalismo della redazione dell’<Agitazione> è profondo, istintivo, senza ritorno: “Non è forse un furto fatto ai lavoratori, fin l’ultimo centesimo che non è prodotto dal lavoro personale di chi ne gode?”. La lotta contro i socialisti democratici è costante. I socialisti “rivoluzionari” devono distinguersi dai “legalitari”, scrive il periodico di Ancona. “Noi possiamo aver avuto torto di aver molto parlato di rivoluzione senza fare tutto quello che si doveva per metterci in grado di farla per davvero”, ma “non corriamo alcun pericolo né di confonderci coi partiti borghesi, né di diventare un partito di governo. Per noi il socialismo sarà salvo. I socialisti democratici invece, abituando il popolo a delegare ad alcuni il compito di attuare la trasformazione sociale, accettando come strumento di lotta il meccanismo politico che sta a difesa del privilegio, pigliando l’impegno di migliorare le condizioni del proletariato mediante successi parlamentari, sono destinati inesorabilmente a transigere cogli avversari e diventare poco a poco essi stessi un partito borghese. Li abbiamo già visti sostenitori di un ministero borghese: li vedremo anche ministri, li vedremo anche governo, e facenti quel che hanno sempre fatto i governi: opprimere e sfruttare il popolo”.

È difficile anche il rapporto con le altre componenti libertarie. Durissimo il confronto ad Ancona coi repubblicani del <Lucifero>, definiti “gente virtualmente morta”. E ancora: “Come tutti i partiti morti il partito repubblicano italiano è un partito di eruditi o di pretendenti all’erudizione”. Reazione a stretto giro di posta, dal <Lucifero> del 17 ottobre 1897, che ospitando Giannetto Ceroni da Imola li tratta da “bizzosi impotenti, insolenti isterici, malati di fegato”. “L’anarchia denota una tale ignoranza della logica e delle leggi della storia da far credere che la sua etimologia possa essere questa: anarchia da archi-ane, arci-asino; che l’anarchia è l’ordine morale delle bestie selvagge applicato alla società umana, il vaso di pandora pieno di sostanze esplosive, la zuppa più pericolosa, l’arca di Noè senza Noè”. Il titolo è eloquente e ne stigmatizza il “saggio di stile”: “I furori di uno scemo”. Insomma, volano gli stracci.

Resta la prova di una elaborazione teorica profonda, cui Malatesta dà un contributo forse non decisivo ma certo importante. L’idea della propaganda appare vincente, l’elemento della persuasione fattiva è una costante della sua opera politica. “Vogliono isolarci e toglierci ogni mezzo per esplicare la nostra azione? E noi viviamo in intimi rapporti colle masse lavoratrici, entriamo nelle loro associazioni, partecipiamo alle loro lotte ed ai loro dolori, dedichiamoci completamente al loro bene, sempre primi al lavoro, al pericolo, ai sacrifizii”. 

L'anno successivo, l’occasione rivoluzionaria è lo scoppio dei moti del pane nella città. L’esito della sollevazione è per lui infausto: viene arrestato e condannato a sette mesi di reclusione.

Il Paese sta cambiando, ma in complessità e contraddizioni.

È l’Italia dei tumulti di fine secolo, quella che cerca di dimenticare la tragedia di Adua, quella che tende ad una modernità confusa, tra l’aspirazione di un sistema costituzionale di tipo tedesco (vagheggiata dell’emergente barone Sidney Sonnino nel suo Torniamo alla Statuto) e i calcoli errati del presidente del Consiglio, il marchese Antonio Starabba di Rudinì, frustrato dall’esito delle elezioni del 1897. L’estrema sinistra ne esce rafforzata, il disegno della presidenza fallisce: dovrà ancora rivolgersi alla sinistra di Zanardelli, ai radicali di Cavallotti e agli insidiosi liberali giolittiani per reggersi alla meno peggio contro i finto-centristi di Sonnino e la sinistra tardo garibaldina di Crispi. Nel suo complesso le forze alternative o comunque ostili ad un disegno restauratore viaggiano verso livelli di consenso sempre più ampi. Il Partito socialista passa dai 77 mila voti del 1895 a oltre 135 mila.

Il socialismo anarchico tenta l’allungo, ma il terreno è tutt’altro che in discesa. Il congresso del Psi (Bologna, 18-20 settembre 1897) segna l’avvio di una fase politica complessa, ma di taglio apertamente riformista. La mozione vincente al congresso, seguita all’ordine del giorno presentato da Anna Kuliscioff, impegna i socialisti a partecipare alla vita sindacale, a battersi in favore di una concreta legislazione del lavoro, in una prospettiva che appare solo in minima parte rivoluzionaria.

La barra è salda anche dopo l’eccidio di Milano (maggio 1898), col generale Bava Beccaris che fa sparare sui dimostranti in lotta per il rincaro del pane.

In questa situazione la potenza eversiva del momento storico trova Malatesta in carcere (condannato a sette mesi di carcere dal Tribunale di Ancona). In agosto, espiata la pena, viene mandato al domicilio coatto di Ustica. Solo un anno prima aveva arringato i fabrianesi in una conferenza in incognito, assieme al giovane amico Luigi Fabbri. In novembre il ministero dell’Interno lo farà passare da Ustica a Lampedusa, l’ultimo lembo dell’Italia più lontana.

 Paolo Boldrini, in Storia e Problemi Contemporanei, n. 58, dicembre 2011, Bologna