L’imprenditore che si mette in gioco

 

Mario Bartocci, Animal spirits in Vallesina, Luiss University Press, Roma 2011, pp 106, euro 9

 

La concezione “olistica” dell’impresa aperta, in cui non c’è soluzione di continuità tra l’obiettivo aziendale e il territorio in cui opera l’impresa, è il motivo conduttore di questa digressione sull’esperienza industriale ed umana di Enrico Loccioni.

L’imprenditore marchigiano fiuta alla fine degli anni ’60 il vento della riscossa di un territorio che l’iniziativa dei Merloni sta affrancando da una secolare marginalità. È forse il più abile a seguirne l’ascesa puntando da subito su una forte componente d’innovazione tecnologica, utile ad affiancare il boom del settore della meccanica leggera. In più aggiunge una visione comunitaria dei disegni di crescita aziendale, una sorta di impresa sociale che non sembra avere ambizioni politiche di democrazia economica, ma che insegue senza ansie un modello di integrazione anche culturale tra fabbrica e ambiente sociale. Al punto che l’autore, fatte le debite proporzioni, ci vede una vicinanza con la vicenda di Adriano Olivetti.

Enrico Loccioni vuole l’impresa come gioco (“entreprise as a game”, il libro ha una seconda parte che replica in inglese il testo italiano). Si gioca, ma fino a un certo punto: la prefazione di Francesco Merloni avverte che non bisogna prendere per oro colato la semplicità, la modestia, la disponibilità ad imparare di Enrico Loccioni, perché dietro ci sono “straordinarie doti di creatività e di intraprendenza”. Sono doti, continua l’ingegnere, che spiegano come “la sua impresa si collochi oggi sulla frontiera avanzata della tecnologia, ed anche all’avanguardia nell’uso delle energie alternative”.

Bartocci è sorpreso nel visitare l’azienda, gli sembra di essere in “un giardino zen acquatico”.

L’autore si muove sul filo della storia marchigiana. Che è vicenda legata alla tradizione contadina, al ruolo della mezzadria quale elemento di prova delle capacità di gestazione dell’impresa e, almeno in parte, patrimonio di valori da cui è scaturito il modello marchigiano di sviluppo. La mezzadria non è stata solo un arcaico e ingiusto modo di organizzare la produzione agricola.

L’avvio della storia aziendale di Loccioni è datata 1968, quando proprio una commessa del gruppo Merloni segna l’inizio di una lunga avventura. L’impresa che allora si chiamava Icie condivide con i pionieri Merloni l’idea fissa dello sviluppo nel proprio territorio.

Una scommessa da vincere, per il bene di una comunità perché dice Loccioni “la miseria non se sparte” (la miseria non si divide). Per spartirsi qualcosa bisogna crescere.

Dunque il gioco si fa serio. L’obiettivo è rafforzarsi e migliorare col mandato “Ascoltare, imparare e anticipare”. Parole d’ordine di un credo condiviso e metabolizzato all’interno dell’azienda e che portano al definitivo decollo all’inizio degli anni Novanta. La “rete di reti” funziona, la cultura dell’impresa aperta, dello scambio di idee e di esperienze porta alla loro moltiplicazione. Leva importante che traguarda la “Leaf Community”; non si tratta di un’astrazione filosofica ma a “forzare un po’ il paragone”, scrive Bartocci, “è qualcosa tra il partito, la corrente filosofica e la fede religiosa”.

 

Paolo Boldrini, L’imprenditore che si mette in gioco, Corriere Adriatico, 16 luglio 2011