Jesi dal papa al re

“Quel mese di settembre 1860 attraversò le Marche come un turbine, scuotendo persone, città, paesi. Quando finì di soffiare, un’epoca era crollata. Molte cose rimanevano uguali, ma la pagina della storia era stata voltata”. La transizione in Vallesina nell’anno che ci porta dal papa al re è raccontata con una brillante ricerca bibliografica e documentale in questo bel libro dello storico Lorenzo Verdolini. L’autore illustra il passaggio epocale fortemente voluto a Jesi da alcuni patrioti autentici, fra i quali il marchese Antonio Colocci, l’architetto Angelo Angelucci, il garibaldino Francesco Colini.

Esito voluto ma imprevisto, quello dei patrioti, almeno in forme così repentine, dati i precedenti infruttuosi. Solo sei mesi prima le truppe svizzere fedeli al papa li avevano costretti alla fuga e all’esilio fiorentino. I marchigiani riparati altrove non stettero con le mani in mano. I comitati e le associazioni, sperando in nuovi tentativi insurrezionali, non disdegnarono iniziative di carattere diplomatico. A Firenze la “Giunta superiore delle Marche e dell’Umbria”, guidata da Colocci, pubblicò un Indirizzo dei popoli delle province romane soggette rivolto a Napoleone III, tendente a dissuadere il monarca dalla tutela del papato. Otto dei firmatari erano jesini (Antonio Colocci, Luigi Colini, Gabriele Greppi, Ippolito e Marcello Marcelli Flori, Gaetano Leopardi, Guglielmo Guglielmi, Francesco Lanari). Un comitato analogo era sorto a Bologna, guidato dall’osimano Rinaldo Simonetti. Il conte jesino Vincenzo Salvoni dirigeva il comitato riminese della Società Nazionale, mentre -sempre a Rimini- il nobile pergolese Ascanio Ginevri Blasi animava il comitato dell’emigrazione. Tanto movimento di popolo era però frustrato dalla fiera opposizione di Cavour, che aveva un’altra idea dell’unità. Gli entusiasmi popolari dovevano essere un aspetto accessorio del processo unitario, non il vero motore. La rivoluzione conservatrice del conte prevedeva passaggi in una logica di strategia mediata attraverso forme di acquisizione del potere slegate da iniziative di piazza o, peggio, da colpi di testa estemporanei. In questo quadro, riproposto con viva efficacia da Verdolini, emerge tutto il carattere elitario, centralista e monarchico del nuovo stato, nei tempi e nelle forme cercati dallo statista piemontese. Filippo Antonio Gualterio, un liberale tra i più vicini a Cavour, scrive al conte, nell’agosto 1860, tutta la sua disistima nei comitati: “quello umbro in specie, ora è assai malamente guidato, perché i due che vi maneggiano ogni cosa sono il conte Franchi d’Amelia e il conte Colocci di Jesi, piccole teste, temperamenti ardenti, e uomini presuntuosi. Io mi sforzo ogni giorno di paralizzare nell’Umbria le loro istruzioni con contro-istruzioni. È lavoro quotidiano”. Il quadro generale è completato dalla vicenda diplomatica su cui preme l’esercito delle camicie rosse di Giuseppe Garibaldi. Un’onda potente che risale la penisola minacciando la marcia su Roma. La dualità del rapporto tra le istanze liberali-conservatrici, gestite con sapienza dal conte di Cavour, e l’arrembante epopea popolare del duce Garibaldi, che aveva promesso la terra ai contadini, è il motore che porterà all’unità del Paese. C’è in questo percorso, in questa fase eroica, un pezzo importante della storia italiana. L’antica ambivalenza di quella origine convulsa tornerà in tutta la sua irrisolta grandezza nei passaggi più importanti della storia repubblicana.

La vicenda jesina è parte che guarda le Marche come un punto di svolta nel processo unitario. Per superare la pericolosità della situazione politica (il cammino di Garibaldi verso Roma costituiva oggettivamente un problema diplomatico, essendo la capitale dello stato pontificio protetta dai francesi) Cavour sposta il raggio d’azione. E qui le Marche diventano decisive nel cambio di strategia. Scrive il conte all’ammiraglio Pellion di Persano: “Non è più a Napoli che possiamo acquistare la forza morale necessaria per dominare la rivoluzione; è ad Ancona”.

Nota Verdolini come in questo “creare un corridoio che consentisse all’esercito piemontese di passare nel Regno delle due Sicilie per bloccare l’avanzata di Garibaldi verso Roma e incanalare l’insurrezione del Meridione in un alveo-monarchico-costituzionale” ci sia la decisione fondamentale per sbloccare la situazione. Intervenire militarmente nelle Marche e nell’Umbria, dopo “aver trovato la sponda di Napoleone III”, porterà al compimento del sogno unitario.

L’autore disegna molto bene l’affresco di sentimenti e di umori della popolazione all’arrivo dei piemontesi, il ruolo dei vincitori, le scintille con la chiesa, il rientro a Jesi del cardinale Morichini, e persino il trattamento dei vinti. Gli ex pontifici portati prima a Senigallia e poi a Rimini, l’occhio di riguardo per i pochi papalini locali (i molti si erano dileguati) cui venne concesso di raggiungere le proprie case, come successe ad un “disertore pontificio di Castelplanio”, prima interrogato e poi rimpatriato al suo paese, solo con la modica “sorveglianza” suggerita dopo “opportuni concerti con quella Commissione Municipale”. Anche nel caos post-unitario il governo provvisorio della città mostra un controllo dei poteri. Trova persino il modo di lamentare al generale Cialdini il comportamento dei ricoverati all’ospedale: “i malati o i leggermente feriti escono a loro beneplacito, e vanno girovagando per la città, cosicché diviene impossibile impedire che facciano uso di alimenti poco sani ed allo stesso tempo non può farsi una regolare distribuzione del vitto”. Dunque una gestione mirata delle criticità del momento, segno che il passaggio era in qualche modo atteso anche nelle terre dell’ex papa re e che, in fondo, quel trapasso troverà pochi ostacoli.

 

Paolo Boldrini, Jesi dal papa al re, Primapagina, n. 59, marzo 2012