L’Avana, una ribalta della crisi epocale

 

Danilo Manera, Vedi Cuba e poi muori. Fine secolo all’Avana, Feltrinelli, Milano 1997, L. 23.000

 

“E, proprio in fondo ai giardini, c’era il chiosco dove un anziano vendeva, comprava, barattava vecchie riviste, le sole che al momento circolassero in città. Sulle copertine c’erano il negro Chori che ballava con Marlon Brando, Nat King Cole che cantava al Tropicana, Che Guevara con i suoi occhi visionari, la crisi dei missili del ‘62 e Kruscev con il suo petto da oste. E io pensavo che il passato non è un’ideologia che divide le epoche come una diga. E i nottambuli compravano le riviste che erano state le fotografie delle loro anime. E io fuggivo da quel vecchio, dalle sue foto dell’oblio”. Fuggire dall’Avana. E tornare. Per “giocare con i draghi e le maree incandescenti e i capricci del caso imposti dalla luna” come l’io narrante del racconto Il futuro del sottosuolo di Miguel Mejides, tradotto da Danilo Manera che ha curato un sorprendente Vedi Cuba e poi muori, Fine secolo all’Avana, edito in questi giorni da Feltrinelli. C’è dentro lo spettacolo permanente dell’Avana, città di confine tra vecchio e nuovo, crogiolo di razze e di idee, luogo della memoria e del disincanto. Città vera e cruda con “sentieri di nessuno, addormentati tra le loro macerie, con le chiaviche e le fanghiglie maleodoranti, i portoni rotti, le ringhiere rovesciate, i balconi pericolanti”. Libro che colpisce questo di Manera, per la rappresentazione non mediata di una condizione. Cronaca di uno sbandamento epocale più che di una crisi solo cubana. Racconti che tagliano e rapiscono. Giovanili, irriverenti e violenti, sono il riflesso di un’idea imposta, del suo sfaldarsi e perdersi. Talvolta un po’ scolastici, caricaturali spesso, immediati sempre.

Non c’è qui la Cuba dolente di Cabrera Infante, del suo talentuoso periodare. Ce n’è un’altra più dura e scabrosa, più diretta e crudele. “Beati quelli che se ne vanno, perché di essi sarà il regno della paccottiglia e del prosciutto. E beati anche noi che restiamo, perché nostri saranno il riso e la soia, il calvario quotidiano dei black out energetici, le pedalate, i rammendi e gli slogan che invitano a non cedere”. Opinione diretta del protagonista de L’incanto di fine secolo scritto a quattro mani da Danilo Manera e Yoss, nel racconto più riuscito della raccolta. Incanto e disincanto. Ironia triste: “L’anno scorso abbiamo votato in massa eleggendo tutti i candidati, il cui numero era pari a quello dei seggi”. Meritano una citazione anche l’improvvisatore di strofe popolari Alexis Diaz Pimienta e Michel Encinosa Fu -che di professione fa il grafico- con la ruvida Notte d’agosto. Una notte americana, eppure diversa da quella cantata da Claudio Lolli, “piena di coca cola frizzante e puttane”.

Pare di esserci sul Malecon avanero, sull’infinita playa di Varadero o tra i ruderi della vecchia Matanzas. “La vera vita è quella che si vive per l’abbondanza, l’altra è per i fessi” (Adultere esordienti, di David Mitrani Arenal) filosofia pro Miami di una società  che anela il dollaro. Eppure “C’è sicuramente di meglio e di peggio che vivere a Cuba. Ma niente che gli somigli. Niente che valga questo desiderio e questa disperazione”.

 

 

Paolo Boldrini, L’Avana, una ribalta della crisi epocale, Corriere Adriatico, 23 novembre 1997