Pansa rivede la nostra storia

Giampaolo Pansa, Il revisionista, Rizzoli, Milano 2009, pp 482 euro 22,00

 Il nuovo libro di Giampaolo Pansa è un bell’affresco dell’Italia contemporanea. Quella uscita dalla guerra e segnata, ancora oggi, della coda velenosa della dinamica fascismo-antifascismo. Il giornalista piemontese, con un passato al Corriere di via Solferino, a Repubblica e L’Espresso, è odiato da quelli ch’egli chiama “i gendarmi della memoria” perché ha picconato la storia scritta dai vincitori, quella che Renzo De Felice chiamava “la vulgata storico-resistenziale”. Pansa ha scoperchiato il vaso di pandora e ci ha costruito un grande successo editoriale. Dire che a sinistra è considerato politicamente scorretto è un eufemismo, a Londra direbbero “lost”, nel senso di perduto. Così è anche per i suoi vecchi colleghi di Repubblica. Lui sembra ricambiarli della stessa moneta. Scrive di Scalfari “mussoliniano entusiasta” che “aveva scritto su Roma fascista”: “Dopo l’armistizio non aveva fatto nessuna scelta. Troppo astuto per aderire alla Repubblica sociale e poco coraggioso per andare con i partigiani. Quando aveva vent’anni riparò con i genitori in Calabria, a Vibo Valentia, in una proprietà degli Scalfari. Dove se ne rimase tranquillo fino al 1946”. Pansa non mostra segni reverenziali nei suoi confronti, per quanto ne stimi il ruolo di grande giornalista, di uno che ha costruito un giornale di successo. E dotato di tale aplomb che Caracciolo ci scherzava sopra: “Eugenio porta la testa come il santissimo in processione”. I due vendono a De Benedetti e diventano miliardari. Siamo nella primavera del 1989.

Si chiude il periodo della sbandata di Scalfari per “l’uomo di Nusco” (Ciriaco De Mita): il direttore “era convinto che avrebbe modernizzato l’Italia al punto di trasformarla in una Svizzera mediterranea”.

Ventanni prima Scalfari era stato eletto in Parlamento, nello stesso collegio elettorale di Craxi (Milano-Pavia). Di recente, al funerale di Gianni Rocca, Pansa rivede il libertino (così lo chiama nel libro): “Nella cerimonia al cimitero del Verano, andai a stringere la mano a Eugenio. Ma lui se ne restò seduto e sembrò non riconoscermi”. Il direttore non approva gli scritti di Giampaolo, come non li avrebbe approvati, scrive Pansa, neanche Alessandro Galante Garrone, suo docente all’università di Torino. Mestiere difficile, quello del revisionista, anche per uno come lui che sa sempre dove mettere la penna.

 

La firma del Bestiario (passato da L’Espresso a Il Riformista) dice che è stato proprio il Pci a praticare “il più sfacciato dei revisionismi”, perchè “ha sempre riscritto la propria storia come gli pareva e piaceva”. Non solo: “ha ristrutturato con disinvoltura il proprio passato, affermando che il riformismo democratico era già il traguardo del Pci sin dal primo dopoguerra”. Dunque artiglieria pesante, senza giri di parole. Ma il libro è a tratti più leggero, come nel riandare all’atmosfera di rinascita civile che l’Italia visse nel secondo dopoguerra. Vitalità corporea compresa: “Esplodevano rumbe, valzer, tanghi, conghe, raspe, spirù. Le sale da ballo erano dei carnai che sapevano di brillantina Linetti, borotalco, fumo di sigarette americane, permanenti casalinghe”. Era il 1948.

 

Paolo Boldrini, Pansa rivede la nostra storia, Corriere Adriatico, 18 luglio 2009