Partenze e ritorni

“La distanza è atlantica, la memoria cattiva e vicina e nessun tango mai ci basterà”. Cosi cantava Ivano Fossati, cantautore genovese, qualche anno fa in un viaggio musicale alla ricerca di suoni del mediterraneo. Suoni di chi dal mediterraneo era partito in epoche lontane per non ritornare mai più. Si chiamava Italiani d’Argentina quella canzone e l’abbiamo sentita aleggiare sulle pagine del nuovo numero della rivista Storia e Problemi Contemporanei, edita dalla Clueb di Bologna per l’Istituto Regionale di Storia del Movimento di Liberazione delle Marche. Numero atipico, questo, senza autori marchigiani, seppure le Marche diedero un contributo tristemente rilevante al processo migratorio che in due secoli ha fatto del Sudamerica una grande, immensa, maledetta polis italica. Si intitola Partenze e Ritorni ma su questi l’analisi storica si fa difficile e si intreccia con valutazioni di interesse socio-economico che andrebbero approfondite. Sulle partenze, anche se siamo in presenza di una grande quantità di studi, c’è comunque spazio per nuove analisi, perché la conoscenza del fenomeno e la sua memoria non si perda, ora che da Paese di emigranti siamo diventati il sogno di molti disperati.

            Il fenomeno, è bene ricordarlo, interessò tra il 1876 (quando iniziarono le statistiche sugli espatri) e il 1961, ben 23 milioni di italiani. È una cifra enorme e riguarda l’esodo verso ogni paese, non solo del Sudamerica. Sono storie di vita e di speranza. Spesso di miseria  e di violenza, qualche volta di progressi e di affermazioni.

            Laura Ceccacci (Un approccio allo studio del fenomeno migratorio in un contesto geografico) racconta la storia, nota, di Corneli, anconetano e deputato comunista nel 1921 che fugge a Buenos Aires per  sottrarsi alle violenze fasciste, quella meno nota di Socrate Ceci da Camerano, fondatore della Hermanos Ceci, impresa di successo sempre a Buenos Aires. Era partito muratore ed era emerso dalla folla dei disperati in cerca di fortuna. Ceci avrebbe poi mantenuto rapporti continui con la sua città natale, a differenza della maggioranza degli emigrati che in fretta liquidavano la propria identità come un fardello troppo pesante. “Gli immigranti italiani avevano un’unica ossessione: integrarsi nella comunità e per questo era necessario che la lingua di origine non si trasmettesse, era necessario che morisse insieme a loro”. E’ la cruda opinione di Hector Bianciotti autore argentino di qualche fortuna, riportata da Susanna Bonaldi in “Le donne e le donne italiane in Argentina”.  Togliere quindi e subito quel vizio d’origine che impediva la piena cittadinanza: “Devo andare a scuola stasera... sto lottando con la grammatica tentando di togliermi questo accento italiano che porto appiccicato... sono argentino e tutti mi chiamano tano “ (tano: aferesi di napoletano. Tano è diventato sinonimo di italiano in Argentina).

            In realtà l’integrazione degli italiani in Sudamerica è stata più rapida nelle grandi aree urbane (Buenos Aires, San Paolo, Mar del Plata, Rosario) ed assai più lenta nelle zone rurali. Il ruolo quantomeno contraddittorio dell’apporto italiano alla cultura argentina  emerge da alcuni studi sulla penetrazione della nostra lingua nelle fazendas brasiliane ed in certe regioni fra Santa Fè e Cordoba. Maria Adriana Bernadotti (“I paradossi degli immigrati in Italia”) racconta che nelle campagne gli italiani conservano i loro usi ed il loro dialetto con una tenacia tale che persino i polacchi, siriani e andalusi parlano il piemontese. La stessa frase con cui si identifica il popolare calciatore argentino Maradona (El bipe de oro) contiene uno di questi paradossi: bipe  è un termine derivato dalla voce pivello - pivel, presente con variazioni negli antichi dialetti settentrionali italiani con il significato di ragazzo. Questa voce non è riportata nel dizionario spagnolo, né risulta alcuna derivazione iberica, ancorché dialettale. Francisco Foot Hardman (“I senza patria”) si sofferma in special modo sul cosmopolitismo di Buenos Aires, città-porto, teatro di contraddizioni e di emarginazione. Le luci dei sobborghi portenos confondevano in quel tempo, siamo nei primi anni del Novecento, le masse turbolente della zona del porto, strette nella condizione di oppressi e stranieri, e l’esercito di inurbati, di operai stranieri in cerca di casa e lavoro. Più che il sindacalismo rivoluzionario sul modello anarchico che prevale in Brasile (Anarchismo e letteratura operaia nel premodernismo brasiliano 1890-1922 di Antonio Arnoni Prado e dello stesso Foot Hardman), in Argentina lo spirito italiano rimuove a livello non politico l’angoscia di un trasferimento epocale e contribuisce a consegnare al mito il Tango quale “miscela di fumi di porto, prostituzione, delitti a buon mercato e drammi romanzeschi d’amore. Prima di essere convertito in oggetto di consumo per le elites locali e metropolitane, il tango era lo specchio del mistero sensuale di questi vicoli scuri e taverne sospette”.

            In Italia, al di là di declamazioni sterili offerte tanto da destra quanto da sinistra sulla necessità di scoraggiare il flusso migratorio, i teorici di una politica imperialista (da Crispi al fascismo) erano attenti alla crescente influenza degli italiani in America Latina e pronti a sfruttare improbabili occasioni di influenza nel Plata.

            Dice bene la Bernadotti: “Quando ancora l’Italia vera stentava ad assumersi come nazione, un’altra Italia veniva elaborata nel Plata”.

            Chiude Massimo Papini con le sue Immagini dal Salvador che impreziosiscono la rivista. Sono belle foto degli anni venti e trenta, momenti di vita di una comunità che subisce in quegli anni le sanguinolente repressioni del generale Martinez, attivo contro le rivolte contadine seguite alla crisi del ‘29 e allo speculare crollo del mercato del caffè: i morti sono circa 30.000, pari quasi al 3% della popolazione. Papini traccia un breve profilo della storia più recente di El Salvador che sarà pure il “pollicino d’America” come dice qualcuno “ma non è affatto priva di storia e di identità” . Neanche questo Paese, seppure in misura minore rispetto al Brasile e all’Argentina, riesce a sottrarsi alle attenzioni di un modello di desarrollo  che si impone con violenza. I costi umani, anche qui, sono altissimi.

 

Paolo Boldrini, Partenze e ritorni, Corriere Adriatico, 23 maggio 1997